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Le zecche dure: conosciamo meglio gli Ixodidae

  • Immagine del redattore: Maurizio Bocchini
    Maurizio Bocchini
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min
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È primavera, è il momento giusto per fare una passeggiata in campagna e nei boschi ma attenzione alle zecche “dure” (famiglia Ixodidae), sempre più diffuse e invadenti. In Italia ne sono state censite una trentina di specie ma quelle più comuni e che rappresentano un pericolo per le persone e gli animali domestici si contano sulle dita di una mano. Il ciclo vitale di questi ectoparassiti può completarsi in alcuni mesi oppure anni in funzione della specie, delle condizioni ambientali, della presenza dell’ospite su cui fare il pasto di sangue.

La femmina repleta di sangue, dopo essere stata fecondata, trascorre un periodo di pre-ovodeposizione e poi depone nel terreno un cospicuo numero di uova (talvolta alcune migliaia), protette da una particolare sostanza che ne impedisce l’essiccamento. Poi muore. Dopo alcune settimane, emergono le larve esapodi (3 paia di zampe), che compiono il primo pasto di sangue e mutano poi in una ninfa, di dimensioni maggiori e provvista di 4 paia di zampe. Al termine di un altro adeguato prelievo di fluidi ematici, questo stadio giovanile si trasforma infine in adulto, caratterizzato da un evidente dimorfismo sessuale. Ad esempio, nel maschio si osserva uno scudo dorsale completo, mentre la femmina ha la superficie dorsale ricoperta dallo scudo solo anteriormente, permettendole così di dilatare l’addome e di ingurgitare una cospicua quantità di sangue per la produzione delle uova.

Come si attacca una zecca dura all’ospite? L’apparato boccale è morfologicamente complesso: una volta individuato sull’ospite (un vertebrato) un sito adatto per fissarsi, il parassita incide la pelle con i cheliceri taglienti e successivamente inserisce l’ipòstoma, una particolare struttura munita di dentelli e deputata alla suzione di sangue. Nell’arco di 1-2 giorni l’artropode introduce il capo e l’apparato boccale, producendo una particolare sostanza chiamata “cement”, che ha proprietà adesive e sigilla la lesione. Quindi rigurgita una piccola quantità di saliva che impedisce la risposta infiammatoria dell’ospite. La suzione di sangue si alterna all’inserimento di nuova saliva. Nel tempo la lesione si allarga a causa della produzione da parte della zecca di sostanze anticoagulanti e vasodilatatrici.


Una delle zecche dure più comuni nel nostro paese è quella del cane (Rhipicephalus sanguineus): l’ambiente frequentato da questa specie, che può svolgere l’intero ciclo biologico su un solo ospite come il cane, è fondamentalmente costituito dalle aree degradate, rurali e periferiche, dove orti, capannoni, baracche, giardini si associano a sterpaglie e zone incolte. Ninfe e adulti possono sopportare bassi livelli di umidità e temperature elevate. La presenza del cane è sufficiente per originare un’infestazione e lo stesso animale può essere infestato contemporaneamente da diversi stadi di sviluppo. Inoltre, tutti gli anfratti in prossimità della cuccia, le fessure, le crepe nell’intonaco delle pareti, le nicchie sotto le gradinate e gli scalini dell’abitazione adiacente possono ospitare un numero elevato di questi parassiti. La capacità di resistenza di questa specie, in grado di raggiungere il proprio ospite entro un ampio raggio, è molto interessante. Se all’inizio dell’estate il cane viene allontanato, il parassita può sopportate il digiuno fino all’autunno successivo, per poi cadere in uno stato di quiescenza durante l’inverno. Il ciclo può riprendere se in primavera ricompare l’ospite primario. La malattia più nota trasmessa all’uomo dalla puntura di questo vettore è la febbre bottonosa, legata al batterio Rickettsia conorii. I sintomi sono caratterizzati da febbre per circa 2 settimane, eruzioni cutanee su tutto il corpo e spesso compare la tipica “tache noire”, un’area ulcero-necrotica con una zona centrale nera e un alone rosso che si trova in corrispondenza del morso della zecca. La malattia è generalmente benigna, ma non sono rare particolari complicanze. Si stima che in Italia vengano osservati circa 1000 casi all’anno.

La zecca comune (Ixodes ricinus), invece, è un parassita frequente in ambienti forestali e zone prative, dove ricerca attivamente il proprio ospite come animali al pascolo, roditori e talvolta anche rettili (es. testuggini di terra). Quando la zecca è affamata, comincia a vagare e a salire sulla sommità della vegetazione, facendo oscillare le zampe anteriori e cercando poi di agganciare l’ospite di passaggio. Le larve salgono fino a 5 cm, le ninfe non oltre i 30 cm e gli adulti possono arrampicarsi fino a quasi 1,5 m. Oltre al rischio per alcune malattie di importanza veterinaria, le zecche del genere Ixodes possono essere portatrici di Borrelia burgdorferi che provoca una sindrome come la malattia di Lyme.

Il sintomo più caratteristico è un eritema che generalmente compare dopo alcuni giorni nel punto di attacco della zecca. Di solito si presenta come un singolo cerchio che si diffonde lentamente dal punto del morso della zecca, con il centro che può diventare più chiaro e assumere la forma di un bersaglio. Nei casi più gravi e non adeguatamente trattati, dopo alcuni episodi febbrili, si possono osservare delle complicanze come artrite cronica, dolori muscolari e neurologici, problemi cardiaci.


Ultimamente altre zecche stanno diventano sempre più diffuse. Oltre al genere Dermacentor, di colore bruno rossastro e con un aspetto “ornato”, c’è sempre più attenzione (non preoccupazione!) sul genere Hyalomma, che comprende artropodi di dimensioni ben maggiori rispetto alle altre zecche, caratterizzati da zampe con “bandeggiature” chiare più o meno marcate. In particolare, gli adulti, percepita la presenza dell’ospite, tendono a rincorrerlo attivamente. Nel nostro paese questo parassita è sempre più abbondante in zone secche e aride, spesso trasportato dagli uccelli migratori, ed è nota per la capacità di trasmettere una malattia potenzialmente insidiosa e dal nome impronunciabile: febbre emorragica di Crimea - Congo (CCHF). Senza entrare in dettaglio, c’è molta attenzione nei confronti di tale patologia a livello europeo, anche se fortunatamente in Italia non ci sono stati casi, né tantomeno segnalazioni positive di animali infetti. 

By Adam Cuerden - Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3148918
By Adam Cuerden - Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3148918

È evidente che la lotta a questi “acari giganti” è legata a un rischio sanitario più o meno pronunciato. Indubbiamente la zecca del cane è una specie prettamente urbana, soprattutto al centro sud, ma altre specie di zecche possono colonizzare le aree suburbane, i parchi, i cortili, i giardini. Generalmente i responsabili sono animali domestici “vaganti”, ma il problema è legato anche agli ungulati selvatici, ai volatili e ai piccoli roditori del genere Apodemus, serbatoio naturale di questi parassiti, che durante il periodo invernale si avvicinano agli ambienti antropizzati.

La strategia di lotta più razionale contro le zecche si basa sul trattamento diretto dell’animale, mentre l’abitazione, le strutture frequentate e le aree verdi vicine dovrebbero essere disinfestate: tutte queste operazioni vanno effettuate possibilmente nello stesso periodo!

Trattamenti mirati devono riguardare crepe e interstizi, aree sotto i battiscopa, cornici e parti esterne di porte e finestre. Non bisogna dimenticare le zone più alte in quanto larve e ninfe possono facilmente arrampicarsi sui muri. Coprire con un insetticida residuale una banda larga circa 3 metri attorno all’abitazione può impedire ulteriori colonizzazioni.

La disinfestazione chimica contro le zecche dure all’esterno dovrebbe cominciare all’inizio della primavera, ricordando che devono essere trattati tutti i potenziali rifugi delle forme libere. In alcuni casi è necessario ripetere il trattamento dopo circa un mese, con lo scopo di eliminare le forme giovanili non colpite dalla prima applicazione. Particolare attenzione deve essere rivolta anche alla copertura vegetale. I terreni erbosi e le siepi vanno mantenuti con cura, sfalciati di frequente, raccogliendo e allontanando il materiale di scarto.

Una curiosità: negli Stati Uniti è disponibile una metodologia autorizzata (The Select Tick Control System) per ridurre il rischio zecche attorno alle strutture abitative. Un contenitore “tamper-resistant” (antimanomissione) permette ai piccoli roditori di entrare nell’erogatore, attirati da sostanze appetibili e, una volta all’interno, vengono in contatto con un acaricida (fipronil) inserito su un supporto, il quale si distribuisce delicatamente sul dorso, uccidendo i parassiti presenti sul loro corpo. È stato dimostrato che il sistema può ridurre in modo significativo le popolazioni di zecche dure in un’area urbana adiacente a un ambiente boscato.

Forse un giorno, magari con un formulato differente, ci arriveremo anche in Europa.

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