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Le mosche con larve “a coda di ratto”

Immagine del redattore: Maurizio Bocchini
Maurizio Bocchini
21 lug
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 22 lug

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eristalis tenax
Eristalis tenax - Di Alvesgaspar - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2704250

Hanno la coda, ma non sono né topi, né ratti. Vengono definite “larve a coda di ratto” per la lunghissima appendice visibile nella parte terminale dell’addome e sono le forme giovanili di alcune grosse mosche (1-1,5 cm) della famiglia dei Sirfidi. A differenza delle quasi totalità delle specie, che sono predatrici di altri piccoli invertebrati, le larve del gruppo degli Eristalini, con i generi Eristalis, Eristalinus, Helophilus, svolgono una funzione diversa: riutilizzano e riciclano i rifiuti organici in ambiente acquatico e semiacquatico. E la loro coda non è altro che un sifone respiratorio telescopico, che può estendersi per diversi centimetri (fino a due o tre volte la lunghezza del corpo) e permette loro di assorbire ossigeno dall'aria in acque sporche, inquinate, ricche di materiale organico ed elevata carica microbica.



Gli adulti vengono considerati insetti utili, in quanto impollinatori di numerose specie vegetali, soprattutto in estate, ma le problematiche di tipo igienico sanitario sono legate alla presenza delle forme giovanili in ambiente civile, industriale, alimentare. Sembra che le specie più “adattabili” alle aree antropizzate appartengano a Eristalis tenax (talvolta E. arbustorum) ed Eristalinus taeniops.

Il primo è simile al maschio dell’ape (fuco: ecco perché il nome anglosassone “drone fly”), almeno negli individui che hanno una colorazione nerastra dell’addome, mentre nell’altro insetto si evidenziano sugli occhi giallastri, particolarmente sviluppati, diverse fasce scure ben visibili. Ecco il nome “sirfide dagli occhi striati”.


eristalis
Eristalinus taeniops - di John Kimbler - Gaeta,Italy, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4470457

Non mordono né sono in grado di pungere. Dopo l’accoppiamento la femmina depone, in prossimità dei siti adatti, 100-200 uova bianche, di forma allungata e ricoperte da una sostanza appiccicosa. I focolai legati all’attività dell’uomo si rinvengono in acque contaminate da deiezioni animali, in prossimità di allevamenti intensivi, nelle vasche di trattamento dei liquami zootecnici, negli impianti di depurazione delle acque reflue civili, in presenza di carcasse di animali in decomposizione. E proprio in relazione a questa situazione, nell’antichità è sorto un mito particolare (di Bugonia): dalle carogne di grossi animali (buoi, tori, cavalli, etc.) si credeva nascessero miriadi di api, in quanto a un occhio inesperto le mosche di Eristalis sp. venivano scambiate per questi imenotteri in grado di produrre il miele. Questa leggenda, tramandata dagli antichi Egizi, di cui si ha notizia nelle Bibbia, e ripresa da Greci e Romani, venne superata solo con la fine della teoria della generazione spontanea, circa un paio di secoli fa!

Ai nostri giorni le problematiche reali e più rilevanti insorgono però quando le larve mature (fino a 3 cm di lunghezza), alla ricerca di un sito più secco per trasformarsi in pupa, abbandonano un pozzetto di acque nere in prossimità di una abitazione e di una stalla oppure un tombino di scarico in un locale deputato alla conservazione del latte, all’interno di una cantina sociale, in un supermercato con il banco del pesce fresco. Di conseguenza, dal punto di vista igienico-sanitario il rischio è legato alla contaminazione biologica delle superfici e delle derrate stesse. Addirittura, sono stati segnalati diversi casi di miasi intestinali causate dalle larve penetrate accidentalmente in un alimento, che è stato ingerito, con espulsione poi di larve vive attraverso le feci.

Il pupario è molto simile allo stadio larvale, ma morfologicamente è più corto e tozzo, con due paia di protuberanze simili a “corna” sul torace. Inoltre, il sifone è ancora visibile, bloccato in posizione ricurva verso la parte posteriore del corpo.


Pupario

Come intervenire?

Evidentemente la strategia migliore di controllo, dove si sono già verificati dei casi, è rendere l’ambiente meno idoneo agli Eristalini. Ad esempio, all’esterno va eliminata l’acqua stagnante, ricca di detriti organici, e le vasche di raccolta e le condotte fognarie, per quanto possibile, vanno bonificate per prevenire accumulo di materiale organico e relativo sviluppo di microrganismi acquatici, di cui le larve si alimentano. Anche la struttura stessa andrebbe difesa: pulire sistematicamente gli scarichi, sigillare crepe e fessure nel pavimento, riparare griglie di drenaggio e tubature danneggiate per impedire alle femmine delle mosche di deporre le uova dove si accumula acqua sporca. Gestire poi i rifiuti in contenitori ermetici e allontanare regolarmente materiale vegetale in decomposizione e scarti di lavorazione. Tutto sommato niente di particolare per evitare problemi di infestanti in un contesto sensibile. E se poi scopriamo qualche larva che si sposta su una superficie, un formulato insetticida sarà sicuramente utile, anche se sappiamo bene che in etichetta l’utilizzo non sarà registrato per questi specifici infestanti.

Una informazione: le lampade luminose possono catturare gli adulti…e ancora una volta il professionista, in grado di riconoscerli, potrà segnalare il pericolo, scartando le api, insetti utili, e proponendo invece una strategia di lotta contro delle mosche così strane e dal comportamento singolare.

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